VINCENT RIOTTA

VINCENT RIOTTA

Nato a Herford in Inghilterra da genitori siciliani, ha studiato recitazione alla Royal Academy di Londra: Vincent Riotta, classe 1959, vanta 40 anni di carriera come attore, soprattutto in Gran Bretagna e Italia, al cinema e in tv dove è diventato popolare interpretando il pentito di mafia Tommaso Buscetta nella serie “Il capo dei capi”.

In quale set sei impegnato ora?

Sono tornato in Italia per girare a Verona un film per Netflix, “Love in the Villa” di Mark Steven Johnson con Tom Hopper, star di Black Sails, Il trono di spade e The Umbrella Academy, e Kat Graham di The Vampire Diares. Nel film sono il proprietario di un’azienda vinicola in crisi e farò inebriare la protagonista con il buon vino rosso della mia grande cantina. A proposito, io non bevo molto e dopo tre ciak a suon di Amarone mi girava la testa.

Altri lavori in Italia?

In realtà mi sono diviso tra il Veneto e la mia adorata isola natale dove sto interpretando nel catanese un politico democristiano degli anni ’50 nel lungometraggio “I racconti della domenica” di Giovanni Virgilio con Stella Egitto.

Quanto ti piace il nostro Paese?

Ho viaggiato davvero tanto per il mondo, ma non c’è nessuna città come Venezia. Sono stato in Laguna anche durante l’ultima Mostra del Cinema dove hanno proiettato il film “Il lupo bianco” in cui avevo lavorato e ho ricevuto all’Avanspettacolo il premio Leone di Vetro. Spero di tornare presto, magari per un bel red carpet.

Come hai iniziato la tua professione?

Fin da piccolo salivo su una fontana di Mussomeli, il paese dove vivevo, e cantavo davanti a tutti; poi a scuola ho impersonato con successo un giapponese a teatro. All’Università ho poi preferito l’accademia teatrale, però una delle più difficili – la Rada di Londra – e direi che ho fatto bene. Sono onorato di aver ottenuto prestigiosi riconoscimenti per il mio lavoro come il Premio Flaiano a Pescara e il Premio Seguso al Film Festival di Siena.

Quali sono i film o i personaggi a cui sei più legato?

Tra i registi Ron Howard, che ho conosciuto lavorando in “Rush”; sicuramente le attrici 

Hilary Swank ed Helena Bonham Carter, protagoniste di “55 steps”; ricordo poi con piacere l’umiltà di Anthony Hopkins, venuto a presentarsi prima che girassi con lui una scena de “I due papi” dove ero l’autista. Più grandi sono e più sono umili, tanto che ha voluto mandare un videomessagio a mia figlia per incoraggiarla a studiare regia.

Ti piace recitare di più in italiano o in inglese?

È indifferente: conta più il personaggio. Certo è che se interpreti un ruolo che ottiene un successo enorme, come l’immobiliarista che si innamora dell’acquirente straniera in “Sotto il sole della Toscana” che ha sbancato in America o come il mafioso, poi ti chiamano 

più facilmente quando ne serve uno analogo.

Cosa ami di più del tuo mestiere?

Il privilegio di fare l’attore mi ha portato a vivere delle esperienze uniche come entrare in contatto con gli indigeni che stanno sull’Orinoco mentre giravo in Venezuela oppure ritrovarmi ad ammirare con pochi altri del cast la stupenda Cappella Sistina.

Mai avuto ripensamenti?

Recitare vuol dire anche girare dappertutto con il rischio di perdere le radici. Bisogna affrontare dei sacrifici sul piano personale e tante volte la famiglia ne può risentire. È una questione di scelte e io adesso ho optato per il lavoro sperando chissà, un giorno, di arrivare agli Oscar. Questo lavoro è talmente bello da essere come un hobby per me. 

Sei social?

Uso principalmente Facebook ma so che dovrei anche postare su Instagram e Twitter. Condivido volentieri la mia vita mostrando che non esistono solo i momenti glamour.

Oltre a recitare, insegni a farlo: come va il tuo lavoro di acting coach?

Forse sono più bravo come insegnante, ma non lo dico per falsa modestia: riesco a capire dove uno sbaglia o ha dei blocchi e tengo sia corsi che masterclass in Italia e all’estero.

Sei stato un terribile Federico Da Montefeltro nella serie Da Vinci’s Demon: ti piacciono le serie tv?

Certo. In America negli anni ‘90 ho fatto persino due personaggi nella nota serie militare Jag passando dal generale iracheno all’ambasciatore sudanese. In tv guardo la Casa di Carta, Breaking Bad, La regina degli scacchi.

Un attore nazionale che ammiri?

Elio Germano ha una marcia in più su tutti, parlo anche degli anglosassoni. È un talento straordinario e sono orgoglioso che sia italiano.

In cucina come te la cavi?

Sono più bravo a mangiare, soprattutto le specialità siciliane come la pasta alla norma; riassaporerei volentieri però anche il minestrone come lo faceva mia mamma.

Segui il calcio?

Assolutamente. In Premiere League sono grande tifoso del Tottenham e grazie ad un amico ho potuto vedere bene da vicino gli Spurs nel nuovo bellissimo stadio. Tra i giocatori britannici mi piace molto Harry Kane mentre tra gli italiani Chiesa; ricordo poi ancora con meraviglia quando vedevo quel genio di Del Piero danzare attorno alla palla facendo quello che voleva.

Un sogno nel cassetto?

Interpretare un ruolo in cui sono libero di essere me stesso in riva al Tamigi con il mio accento inglese e non magari americano. E poi vorrei scrivere la sceneggiatura di una storia di italiani che abitano nella capitale londinese.